Provocazioni #2. Prosecchini e Champagnini.

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Racconto un episodio, accaduto qualche settimana fa. Mi trovo in un bar, circa le 11 di mattina, e mentre attendo per chiedere un caffè spunta alla mia sinistra un tizio che con voce decisa impone: “Mi fai un prosecchino?”. Il mio sguardo si sposta velocemente da questi alla barista, che solleva rapidamente un non-so-che-cosa-con-etichetta-francese (forse un blanquette de limoux?), versa quasi all’orlo e consegna. Tutto in un minuto. Poi lei guarda me. “Ciao, dimmi”. Dimmi? Quello non è un prosecco, tu non capisci una mazza e quel tizio dovrebbe buttare giù almeno un’oliva! Ma sono solo pensieri e passo al mio ordine, bevo e vado via. Mi chiederò solo più tardi se la barista (molto carina) avrà dubitato della mia eterosessualità, tra il decaffeinato che ho chiesto e il mio sorrisino privato con sguardo sul nulla, mentre pensavo che avevo in mano un nuovo aneddoto sugli spumantini

Ora, a parte l’odio viscerale per le espressioni in –ini, viene da chiedersi quante volte un episodio del genere si ripeta solo in una giornata nei locali italiani e non. L’equazione prosecco = bollicina qualunque rappresenta almeno un paio di aspetti, da cui si salvano solo gli amanti dei “frizzantini”. Forse. Probabilmente pure loro non badano all’etichetta. Ad ogni modo, il primo di questi aspetti è che la comunicazione del prodotto è inefficace alla sorgente; il secondo è che si lascia andare l’equivoco perchè conviene. Come e perchè lo lascio immaginare a menti più esperte della mia. E scagli la prima bottiglia chi è senza peccato. Un’altra riflessione è sulla potenza del modo di dire, che ormai è costume: chiedo un prosecco e mi viene consegnato esattamente ciò che intendevo, cioè uno spumante “secco” economico. Tutto ciò è ormai assolutamente normale e quasi immune a tentativi di cambiamento. Dipende dal contesto, certo, perché nella calma della mattina in enoteca si possono spendere lunghi minuti a educare il gusto del prossimo, se si mostra persona interessata a capire. Non può esistere tuttavia che in un bar pieno, la lavoratrice di prima si ponga il dubbio e si trovi a chiedere se in alternativa può proporre al signore un metodo ancestrale francese. Cosa? Probabilmente conosce a menadito tutti gli spumanti del mondo, è una esperta sommelier di millesimo livello, ma SA cosa il cliente ha chiesto, lo ha soddisfatto e non ha rallentato il lavoro. Può anche darsi che pure il cliente conosca perfettamente la materia, che odi le olive, e creda fermamente che il piacere di un prosecco mediocre sia pure inferiore a ciò che andrà a bere. Insomma è un meraviglioso gioco di equilibri tra ignoranza e poco amore per i vini con la “P” maiuscola, che sono tanti e a volte costano solo poco di più. Poi leggi i giornali e scopri che se ne vende tantissimo e si strombazza che abbiamo pure superato i cugini in produzione, qualunque cosa significhi. Nel dubbio vado a farmi uno champagnino. Anzi, un caffè corretto dove so io.    
[A cura di Ignazio Cambula associato AEPI sigillo professionale n. 37]

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